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F & M Architetti

Progettazione architettonica e urbanistica

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IL MONUMENTO NAZIONALE AI CADUTI PER LA BONIFICA DEI CAMPI MINATI

 

«Caduti Bonifica Campi Minati. Il Monumento che in loro onore viene oggi inaugurato a Castel Bolognese varrà a consacrare per sempre, tra le generazioni a venire, la memoria di una epica impresa senza la quale le pagine della nostra ricostruzione e del progresso del nostro Paese non sarebbero mai state scritte. Il Presidente della Repubblica Italiana: [Firmato] Sandro Pertini».

 

PREMESSA

È noto come, nella seconda metà del XX secolo, la difficile e faticosa eredità del dopoguerra avesse doverosamente perseguito la “cultura della memoria” anche in relazione alle innumerevoli gesta di altruismo che, talvolta, erano giunte sino al sacrificio più alto e più estremo. Di tali eroici accadimenti furono sovente protagonisti gli sminatori, le cui azioni risultavano, ancora negli anni ’60 e ’70 del Novecento, sostanzialmente misconosciute.
Sul finire degli anni ’70, anni permeati da un peculiare carattere critico revisionista e attraversati dalla contestazione giovanile, il periodo bellico e il ricordo degli eventi a esso correlati – oramai trascorsi già da alcuni decenni – sembrava affievolirsi, quasi in procinto di essere allontanato dalla memoria collettiva e dal comune sentire, definitivamente e troppo frettolosamente obliato. Per tale motivo parve allora divenuta improcrastinabile la decisione di procedere alla costruzione di uno specifico Celebrativo inteso a recuperare la ricordanza di quei Caduti, da restituire alla memoria grata e consapevole della collettività sociale e della nazione. Le ragioni fondative e sottese alla realizzazione del monumento nazionale – eretto per onorare le vittime della bonifica dei campi minati – discendono dunque dalla necessità di perpetuare il ricordo e l’esempio di quei martiri, del loro oscuro sacrificio che, in non rari casi, alle giovani generazioni era addirittura del tutto ignoto.

 

IL COMITATO PROMOTORE

Il Comitato all’uopo costituitosi a Firenze per la promozione, la progettazione e la realizzazione di un monumento da intitolare alle vittime cadute nelle bonifiche dei campi minati, nel merito sosteneva la tesi di una vera e propria urgenza culturale che andava manifestandosi in tal senso: una problematica alla quale la morfologia del monumento avrebbe potuto contribuire propositivamente e attivamente, opponendosi allo sgretolarsi dei ricordi da tragittare entro l’orizzonte della contemporaneità anche con sapienza di simboli e rinvii citazionali.
Fin dai primi incontri informali tenuti nel 1979 in seno al Comitato (il quale, peraltro, in tale data non era ancora stato istituzionalizzato), vennero esplicitate le caratteristiche del Celebrativo che non avrebbe dovuto esibire peculiarità di semplice definizione iconografica ma, piuttosto, segnalarsi in virtù di una densa valenza simbolica.
Da subito i Membri del Comitato si posero in accordo: l’opera da progettare si sarebbe resa cospicua anche per lo specifico messaggio che, attingendo all’identità storica e ai valori etici, intendeva porre in evidenza la complessità del pensiero e della materia. Tale costruzione avrebbe dovuto attuarsi con esiti evocativi di espressività “modernissima”, ossia aggiornata culturalmente e rivolta alle menti – e ai cuori – delle nuove generazioni.
Promosse informalmente dal Comitato, le riunioni proseguirono per circa due anni, sino alla costituzione ufficiale avvenuta in data 27 giugno 1981. In quella occasione ne venne statuita pure la sede: Castel Bolognese, città prescelta in quanto luogo deputato a ospitare le riunioni dei Membri promotori e, soprattutto, lo stesso Celebrativo. Tale decisione del Comitato era motivata da valutazioni anche di opportunità territoriale e di simbolo, derivando dalla considerazione che Castel Bolognese si situa al centro di una vasta area fatta ripetutamente oggetto delle bonifiche di sminatura afferenti la Regione Militare Tosco-Emiliana.
Dal 1981 si susseguirono ulteriori sedute, finalizzate al più ampio dibattito vertente sulla individuazione dell’area urbana, o extra-urbana, in tal senso maggiormente vocata. In seno ai lavori del Comitato le proposte furono molteplici, a partire da un eventuale inserimento dell’opera nel verde del parco cittadino. Infine, al termine di un attento disputare, si sarebbe deliberato di destinare al complesso celebrativo un lotto intercluso nel tessuto urbano residenziale già edificato.
Se, nel prosieguo della disquisizione, dapprima sembrarono doversi profilare i termini per una reazione critica a tale opzione ritenuta incongrua e insufficiente anche a ragione della modesta superficie libera dell’area, tuttavia nel breve periodo si pervenne all’unanime accoglimento della proposta, ampiamente legittimata con criteri decisionali che conseguivano dall’effettiva pregnanza di significati e di simboli presenti in quel luogo urbano specifico. E non in altri. Era deciso: il Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. sarebbe stato eretto all’interno dell’abitato, nel Largo urbano intitolato a «Nicola da Castel Bolognese», luogo dove, durante una campagna di bonifica, si era immolato lo sminatore Luigi Leoni.

 

LA FASE IDEATIVA

A partire dal 1981 furono indetti incontri sia di carattere ufficioso che ufficiale, allo scopo di portare a compimento la disamina delle proposte avanzate dall’architetto Erminio Ferrucci, unico progettista incaricato della realizzazione del monumento.
Immediatamente focalizzate dai Membri del Comitato, le finalità perseguite nel progetto avrebbero comportato un duplice obiettivo: articolare un complesso architettonico partecipe non solo al tessuto urbano, ma soprattutto alla vita del contesto sociale. E pertanto in grado di configurarsi in quanto elemento di coagulo, allo scopo di transubstanziare un tipo di comunicazione entro la quale le componenti etiche si svelino perspicue per divenire monito in atto perpetuo.
La tesi sostenuta dalla prima ipotesi progettuale intendeva porre il Celebrativo quale causa efficiente: al fine di ri-attualizzare una meditazione consapevole sul periodo storico e sulla tragicità di quei destini compiutisi nel martirio; e, ancora, al fine di consentire di rintracciare un legame di continuità tra passato, presente, e futuro, non solo mediante la riflessione ma anche per mezzo di interventi ludici comunque rivolti a convalidare i recenti e comuni trascorsi della collettività.
La matrice dominante del primo progetto si identificava con l’allegoria della distruzione, della ricostruzione, e del rinnovato fluire della vita ricomposta nei suoi atti di pacata quotidianità. Nell’evocare le distruzioni derivate dal conflitto bellico, e la conseguente volontà di rigenerazione, il pensiero creativo intese escludere ogni statuaria di carattere antropomorfo, e performare la solidità della materia in maniera brutalista. Reso dunque palinsesto attivo per la comunicazione, l’oggetto architettonico formulava uno spazio fortemente connotato ponendosi con rispetto nei confronti dell’edificato, inserendosi con euritmia all’interno del tessuto urbano sedimentato.
A tale ipotesi di progetto, delineata con tracce a mano libera e approvata all’unanimità nelle linee essenziali e nei criteri informatori, fece seguito una proposta di maggiore dettaglio. Basato sugli elaborati presentati dall’architetto Ferrucci, il vivace dibattito scaturito all’interno del Comitato promotore portò a esiti di riformulazione degli obiettivi perseguibili, vale a dire: stigmatizzare la funzione semantica ed eliminare la funzione ludica.
Tale assunto emerge evidente nel progetto definitivo del complesso monumentale (addirittura acclamato dai Membri del Comitato promotore), nel quale la densità iconica assume e supera l’approccio strutturalista per opporsi anche agli stilemi cari alla tradizione storicistica che, supportati dal pensiero post-moderno, erano in auge e predominanti all’interno del dibattito culturale architettonico di quegli anni.
Il momento ideativo era infatti pervenuto a una potente narrazione progettuale, palesemente decostruttivista e posta all’interno di una riflessione speculativa che, peraltro, andava germinando in ambito filosofico proprio in quello stesso periodo. Decostruire: è da intendersi non solo come attività orientata allo scomporre, allo smontare le parti di un tutto; e pertanto, nel caso dell’arte edificatoria, intesa alla demolizione concettuale degli assemblaggi della costruzione.
Oltre a tale funzione linguistica primaria, che indica l’uso macchinico e strutturale, dalla riflessione che inerisce lo statuto teorico della disciplina architettonica il termine viene significato con differente accezione, designando l’approccio dell’attività creativa che, nel progetto di architettura, intende far affluire la complessità della società contemporanea e le sue diverse esigenze.
Dunque la fase ideativa del monumento si connota per l’erudita concezione che radica l’organismo architettonico entro il contesto culturale della contemporaneità più avvertita, elaborando una architettura d’avanguardia evidentemente in grado di sovvertire il sistema di valori plastici consolidati e legittimati dalla tradizione: valori che il progettista ritiene insignificanti e, per tale ragione, del tutto insufficienti a corrispondere agli intrichi delle istanze poste in essere dalla committenza e dalla collettività.

 

UNA «ARCHITETTURA D’AVANGUARDIA»

Il Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. non si performa quale esito di una tradizionale attività compositiva, ma la sua materia è strutturata per, scientemente, costruire la decostruzione. Senza fraintendimenti, la razionalità tecnica governa la logica poietica del progettista che qui de-compone un’opera complessa originale e non soggiacente ad alcun modello figurativo di riferimento. Al fine di esperire soluzioni formali in grado di evocare termini oppositivi (tra i quali: bene e male; ordine e caos, vita e morte; ricostruzione e distruzione), l’uso espressivo della materia disorienta articolando blocchi metaforici dalle cui combinatorie è delineata la geometria frattale di due serie di volumi, ognuna dotata di autonomia semantica. È la dissoluzione delle molte opposizioni che confluisce nell’organismo architettonico, governandone l’articolazione e determinandone la morfologia.
Nel progetto non sono manifesti né assi ordinatori predominanti, né gerarchie dei componenti, né rassicuranti simmetrie. Sono invece rese esplicite assialità orizzontali e verticali, dove i volumi alludono alla complessità e alle contraddizioni, all’esterno mondo che irrompe nella quiete domestica e tutto travolge con spaventose e ineluttabili asperità. Ma per poi tornare a farsi pacato e rasserenante.
Paradigmatico, nella sua spoliazione totale, il complesso monumentale è un’opera del pensiero dove lo Spirituale intride in profondità la materia per plasmarla e conferirvi sostanza. Non retorico o enfatico, ma né minimo o vernacolare, il Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. deve essere fatto oggetto di attenta disamina per essere compreso. In esso gli atti mentali sono privilegiati rispetto a quelli consentiti dalla semplice astanza; in esso sono frantumate le consuetudini da secoli vigenti per l’ordinaria progettazione dei Celebrativi; e, ancora, in esso viene indicato il superamento della sterile percezione del già noto, quindi riconoscibile, ed estetizzante.
Precisata la complessa spazialità testuale e morfologica, l’intenzionalità espressiva decostruttivista e brutalista attiva una comunicazione orientata alla riflessione consapevole. La stratificazione dei diversi messaggi intrinseci al monumento, costruito per esprimere significati plurimi in assenza di riferimenti consueti, e spogliato d’ogni componente decoramentale al fine di evocare – nella sua nudità – rigore e severità, non ne consente l’intuizione immediata di senso.
Nel monumento non si palesa la rappresentazione della figura umana in azione; né si leggono, in quelle forme, o su quelle pareti di cemento grigio e graffiato, gli strumenti in uso per far ‘brillare’ le mine. Il lessico del progettista rende concreta una sintassi iperconcettuale che, per i morfemi impiegati, è dirompentemente innovativa. Di più: è spaesante; poiché mai veduta applicata in nessun’altra opera costruita e, pertanto, a nulla comparabile.
Si afferma una testualità architettonica che non consente di individuarne gli assunti e i codici (interno: di senso; esterno: morfologico, strutturale, tecnologico) in modo facile, intuitivo e piano. Dunque il monumento diviene quasi un percorso iniziatico, poiché è solo per gradi che il fruitore può penetrarne la partitura semantica e la più interna struttura dei suoi contenuti.
Rifuggendo ogni velleità di prevaricazione e ogni autoreferenziale esercizio di arroganza nei riguardi del tessuto edificato, nel contesto urbano il monumento si imposta: rispettoso e colloquiante. Se l’urbano acquisisce dal progetto una nuova identità, tuttavia nell’accoglimento della complessità esso rivendica il proprio destino di continuità.
Con grande misura e attenzione, le forme plastiche si aprono allora alle piccole alberature che si correlano alla narrazione strutturale: ai grigi volumi di cemento armato esse poggiano e si affiancano, alterandone la purezza delle linee e della prospettiva. Infine, quale metafora della vita e della sua continuità, nonché dell’incompiutezza e dell’assenza, tra esse si situa un albero perenne – poiché configurato nel bronzo – dove i rami, seppur privati di foglie e frutti, sono scarni ma gremiti di colombe.
Fisica e metafisica, astrazione e figurazione, organico e inorganico, struttura e decorazione, armonia e dissonanza, interno ed esterno, pieno e vuoto, inizio e fine… Si è detto come la dissoluzione di tali opposizioni governi la morfologia del complesso monumentale, determinandone l’articolazione che, inoltre, a latere dell’inorganico dispiega la materia vitale delle essenze arbustive e arboree. Anch’esse partecipano al progetto: prescelte non solo in quanto metafora della continuità, ma poiché ritenute idonee a stemperare l’opera di inserimento dell’organismo architettonico all’interno della griglia urbana già sedimentata.
Attentamente esaminate le potenzialità di un rapporto dinamico con il contesto, ritenuto né ininfluente e né insignificante, dunque le linee formali del progetto si allargano in una configurazione spaziale densa ma tuttavia frammentata, precisate anche quale rinvio citazionale al tipo costruttivo cosiddetto a bunker. Massicci i volumi dalla geometria inattesa, inusitata. Taluni delineati con andamento marcatamente orizzontale; mentre altri dimostrano una maggiore tensione verticale ma dimensionata su altezze che impiegano parametri antropometrici, allo scopo di non ostacolare o impedire la percezione del paesaggio urbano circostante.
Testimoniando la propria apertura al mondo che lo contiene, il complesso celebrativo ne narra gli orrori e le contraddizioni: disarticolate – e poi ricomposte – con elegante misura in un microcosmo di senso compiuto che, con ciò e nonostante, sommessamente intesse rapporti dialettici con il connettivo edilizio consolidato al quale conferisce una aura di “atmosfera serena”.
In effetti la presenza del Monumento ai Caduti B.C.M. non si impone, e né ostentatamente emerge, tra gli edifici. Progettata per dialogare col tempo – e nel tempo – la sua morfologia intende compenetrare l’esistente divenendo elemento del tessuto connettivo, in esso dissolta e partecipe seppur nella riflessione concernente le influenze reciproche e le diverse identità. I blocchi verticali si accostano a quelli orizzontali secondo un’ubicazione definita da due gruppi separati con precisi orientamenti: distaccati, ma contigui e prospicienti; inoltre contrapposti, ma uniti dal collegamento significato dal piccolo albero-scultura, situato quale cerniera tra assialità orizzontale e verticale, tra distruzione e ricostruzione, tra morte e vita…
Coordinamento perfetto, che rende l’atmosfera serena, e di una architettura d’avanguardia”: porgendo queste semplici parole, i Membri del Comitato promotore vollero infine esprimere i sensi della più viva riconoscenza al progettista, elogiandone l’operato. Lo stato conclusivo delle opere di costruzione era stato approvato nella seduta del 22 febbraio 1984, quando, nella medesima occasione, vennero definite le diverse incombenze necessarie allo svolgimento dell’inaugurazione pubblica che si voleva effettuata nel mese di aprile e partecipata dai cittadini, dalle autorità civili, militari, religiose.
Al fine di celebrare tale evento, il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni dispose l’emissione sia di una cartolina postale con l’immagine del complesso monumentale, e sia di uno speciale annullo postale nel quale sono appena tracciate le linee formali innovative dell’organismo architettonico, circondato da fascia a doppia iscrizione.
Il monumento venne infine inaugurato in data 15 aprile 1984, alla presenza delle massime autorità civili e militari della nazione. La liturgia del solenne rituale prevedeva tre fasi: la prima, che veniva formalizzata dallo svolgersi del corteo dei convenuti, a partire dalla piazza cittadina per giungere sino al piazzale che ospita il monumento; la seconda, determinata dalla celebrazione della Santa Messa; e infine la terza: cerimonia, questa, che vedeva la bimba Elena Orsi (orfana di uno sminatore deceduto nel corso della più recente campagna di bonifica) presenziare l’omaggio dei rappresentanti dei Corpi militari al monumento, come testimoniato anche dall’organo di informazione locale Il Resto del Carlino, nel quale, tra l’altro, si rilevava la “massiccia” partecipazione all’evento.
In appena un lustro si era dunque conclusa con successo l’avventura intrapresa per ricordare quei Caduti. Molti e importanti furono i plausi, tutti riconoscendo all’iniziativa una valenza culturale e sociale di profilo eccezionale. Tra i messaggi ricevuti, uno: «Caduti Bonifica Campi Minati. Il Monumento che in loro onore viene oggi inaugurato a Castel Bolognese varrà a consacrare per sempre, tra le generazioni a venire, la memoria di una epica impresa senza la quale le pagine della nostra ricostruzione e del progresso del nostro Paese non sarebbero mai state scritte. Il Presidente della Repubblica Italiana: [Firmato] Sandro Pertini».

 

TESTO ESTRATTO DALLA SEGUENTE PUBBLICAZIONE

Marziliano M.G., deCostruire un Luogo dell’incontro e della memoria: il Monumento Nazionale ai Caduti per la Bonifica dei Campi Minati, Rimini, 2007. Con il patrocinio di: FSP Fondazione Sandro Pertini; e di: ANGET Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori d’Italia.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Marziliano M.G., Il Monumento Nazionale ai Caduti per la Bonifica dei Campi Minati: sintesi di una “Architettura d’avanguardia”, Estratto da: deCostruire un Luogo dell’incontro e della memoria, Faenza-Milano, 2007.

Marziliano M.G., deCostruire un Luogo dell’incontro e della memoria: il Monumento Nazionale ai Caduti per la Bonifica dei Campi Minati, Rimini, 2007. Con il patrocinio di: FSP Fondazione Sandro Pertini; e di: ANGET Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori d’Italia.

Ordine degli Architetti della Provincia di Ravenna, ARCHITETTI della Provincia di Ravenna, Catalogo della 1a Rassegna delle opere degli architetti della provincia di Ravenna, Ad vocem «Erminio Ferrucci», Essegi, Ravenna, 1991.

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Redazionale, «Alle vittime delle mine», in: il Resto del Carlino, 15 aprile 1984.

Redazionale, «Ricordando gli sminatori», in: il Resto del Carlino, Cronaca di Faenza, 15 aprile 1984.

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